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C’è una porta, in migliaia di case, che non si apre più del tutto. Batte contro una torre di giornali, contro scatoloni affastellati, contro sacchetti di plastica pieni di altri sacchetti di plastica. Dentro, i corridoi si sono ristretti a sentieri, i letti sono diventati ripiani, le vasche da bagno depositi. Chi vive lì non riesce a buttare via nulla. Il mondo della psichiatria la chiama sindrome da accumulo compulsivo (o disposofobia), ed è una delle forme diagnosticate del disturbo ossessivo-compulsivo.
I casi patologici sono tanti, tra il 2 e il 5 per cento della popolazione. In Italia significa due milioni e mezzo di persone. Negli Stati Uniti, dove il fenomeno è stato studiato a fondo e persino mediatizzato (vedi la serie “Sepolti in casa” sul canale televisivo Real Time), le persone coinvolte sono milioni, e l’accumulo è tra i motivi più frequenti di intervento dei servizi sociali e di sfratto forzato.
Non esiste un popolo più accumulatore di un altro, è una propensione che affonda le radici in meccanismi psicologici e sociali universali, non in tradizioni locali. Lo stesso vale per quanto riguarda il genere. Benché un luogo comune vorrebbe l’accumulatrice seriale come una signora anziana sola in una casa piena di gatti e soprammobili, uomini e donne in realtà ammucchiano in proporzioni simili, cambia semmai chi è disposto ad ammetterlo e a curarsi.
Per quanto riguarda l’età, gli over 50 mostrano tassi di accumulo grave fino a tre volte superiori rispetto ai trentenni. Il tipo seriale, da manuale, quello che i vicini di casa segnalano perché dopo la casa trabocca anche il cortile, ha in media più di 60 anni e ha impiegato decenni a saturare di oggetti la propria “tana”.
Da un punto di vista antropologico, accumulare è una forma esagerata e indiscriminata di collezionismo. Per gran parte della storia dell’umanità la scarsità è stata la regola e l’abbondanza un’eccezione. L’accumulatore seriale porta all’estremo un comportamento ancestrale di accantonamento delle risorse, applicandolo però a oggetti che non hanno funzioni di sopravvivenza: vecchie riviste, scatole, borse, barattoli, indumenti, elettrodomestici rotti, giocattoli, suppellettili, bottiglie vuote, souvenir.
Accumulatori siamo un po’ tutti. Scagli la prima pietra chi non conserva oggetti, spesso inutili e in eccesso. I sociologi dei consumi, dal canto loro, accusano la “società del troppo”, caratterizzata da e-commerce, consegne a domicilio e discount stracolmi, con un marketing che ci convince che il prossimo acquisto ci renderà più felici, più sicuri, più completi. È evidente che in questo quadro chi ha già una fragilità psicologica trovi nella quantità di merci un malsano appagamento. Gli oggetti, va detto, non sono mai soltanto cose. Sono custodi di memoria, feticci, simboli di identità, testimonianze di legami affettivi. L’accumulatore seriale non trattiene spazzatura, conserva frammenti di una biografia che teme di perdere insieme alle cose. In molti casi soffre di depressione e l’idea di disfarsene gli mette ansia. All’origine del disturbo spesso c’è un evento traumatico: un lutto, un abbandono, una perdita materiale improvvisa nell’infanzia o nell’età adulta, che scatena un dolente bisogno di non perdere più nulla.
Curarsi si può. Esiste una terapia cognitivo-comportamentale specificamente calibrata sull’accumulo, che lavora su diversi fronti, aiutando la persona a decidere con meno angoscia cosa tenere e cosa gettare, a correggere il legame emotivo distorto con gli oggetti e concretamente a liberare spazio fisico in casa. Gli esperti dicono che sono possibili miglioramenti, ma raramente si arriva a una guarigione completa, ed è comunque un percorso molto lungo.
Il problema, con cui fanno i conti soprattutto i famigliari, è la scarsa consapevolezza della malattia: la maggior parte delle persone che accumulano non si considera malata, non chiede aiuto spontaneamente e vive l’intervento di figli o altri parenti come un’invasione, non come un soccorso. Per questo il primo passo raccomandato dagli specialisti non è intervenire svuotando la casa a sorpresa, un errore che spesso peggiora la situazione e rompe la fiducia. Ma piuttosto costruire un dialogo che apra la porta, letteralmente e metaforicamente, a chi da anni si è ostinato a tenerla chiusa.