Scritti

Conigli prigionieri nel braccio della morte

31 mag 2026

Parliamo di animali, tradizioni, alimentazione,

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Conigli prigionieri nel braccio della morte

articolo per il quotidiano trentino l'Adige
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Un giorno Lorenzo, un amico che abita in un paesino di mezza montagna, mi invitò a vedere quello che considerava un piccolo tesoro. Nell’orto, accanto a una fontanella c’era la sua conigliera. L’inferno in terra per quelle povere bestie.
I conigli stavano ammassati e costretti a vivere dentro un cubo di assi inchiodate alla meglio, con il tetto di lamiera e una grata rialzata a mezzo metro dal prato. Trascorrevano i loro giorni e le loro notti così, reclusi come condannati nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione.
Ai lati della conigliera fiorivano ireos gialli e viola, l’estate incipiente spandeva profumi vegetali inebrianti, che a malapena coprivano il lezzo di quel luogo di prigionia. Lorenzo sollevò di mezza spanna il coperchio della conigliera per mostrarmi il suo piccolo  allevamento. Dentro, nell’odore di fieno umido e di urina, sette corpi morbidi si erano rifugiati nell'angolo più lontano. Due erano completamente bianchi, tre grigi, uno nero con una macchia bianca sul muso, come una piccola luna. L'ultimo, sembrava un cucciolo e  tremava visibilmente.
I conigli erano terrorizzati, come se l’universo si fosse spalancato sopra le loro lunghe orecchie; un’apocalisse ricorrente, forse prevista, che minacciava ogni volta di lasciarli orfani di un compagno di sventura. Noi, divinità onnipotenti. Dopo il primo istante di immobile sgomento, le loro zampe cominciarono a sbattere frenetiche contro le pareti dello scatolone, ma i loro balzi finivano stoppati dal pesante tettuccio.
Non dimenticherò mai l’espressione di quegli animali, l’innocenza, la mitezza e la paura nei loro occhi. E ancora oggi, quando vedo gabbie per conigli, uccelli, in verità per contenere qualsiasi vivente, mi chiedo come possiamo essere diventati ciechi alla crudeltà. Abituati a schiavizzare e a uccidere. Non per sopravvivere. Letteralmente per gusto. E infatti Lorenzo mi disse che pregustava un sontuoso pranzo domenicale a base di polenta e coniglio, e che l’ultimo probabilmente lo avrebbe mangiato Natale.
Provai una vergogna indicibile, per lui, per loro, per l’incapacità di noi esseri umani - che ci consideriamo evoluti e superiori - di considerare diversamente una creatura stupenda, altro da un pasto. Il coniglio nero con la luna sul muso ci guardava con gli occhi sbarrati, due bottoni neri e lucidi nei quali si rifletteva la luce del pomeriggio.
“Non hanno spazio, nemmeno per girarsi”, obiettai.
Lorenzo, che si era chinato per accarezzarne uno, si raddrizzò e mi guardò con un mezzo sorriso, quello di chi si sente osservato da una presunta altezza morale. Una specie di lezione che non aveva richiesto. Riagganciò la copertura a un anello di ferro e disse: “Oh ne hanno abbastanza. Qui non vivono in un allevamento lager, le femmine non le faccio inseminare artificialmente, sai, quelle cose lì. Insomma non li maltratto. E poi sono conigli da carne, non sono mica animali domestici”.
Rimanemmo zitti entrambi, fissando la conigliera. Le fessure attraverso cui filtravano strisce di luce, il contenitore dell'acqua mezzo vuoto, il fieno calpestato e sporco sul fondo. Il coniglio più piccolo mi parve che avesse smesso di tremare. “Nascere in una cassa, morire in una cassa, ti sembra vita questa?”.
«Mah. Mio nonno ne teneva venti. Mio padre anche. Abbiamo sempre fatto così. Una volta era questione di sopravvivenza!”.
Già, una volta, le tradizioni. Però non sono tutte giuste, né sacre, pensai. E poi, sono immutabili le tradizioni? Sarà mai possibile lasciar perdere quelle peggiori, quelle cruente? Restammo in silenzio ancora per un po’, uno accanto all'altro davanti a quella piccola prigione di legno. Non c'era ostilità tra noi, solo un certo imbarazzo, e quella distanza che si apre quando due persone guardano la stessa realtà, ma vedono due cose completamente diverse. Poi Lorenzo disse: “Vuoi un caffè?”, e ci avviammo verso casa. Sentivo nella schiena lo sguardo di quello con la luna sul muso che ci seguiva. Fino a quando svoltammo oltre l'angolo di un muro.