Scritti

Karma ma davvero?

11 lug 2026

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Karma ma davvero?

“Vedrai che gli tornerà indietro”. È una delle frasi più ricorrenti quando assistiamo a un’ingiustizia. Chi tradisce, chi imbroglia, chi approfitta degli altri finirà per pagare. Ma è davvero così? Oppure si tratta di un bisogno umano di immaginare un universo moralmente ordinato?La convinzione che il bene venga premiato e il male punito attraversa tutte le culture, anche se assume forme diverse. In dialetto trentino la ghe sta ben significa che una disgrazia o una sfortuna qualcuno se l’è cercata, e che in fondo se la meritava. Tutti abbiamo sulla punta della lingua la parola karma. Con il rischio di equivocare, tuttavia. In Occidente karma è una parola inflazionata e usata comunemente come sinonimo di vendetta cosmica. Molti immaginano il karma come un boomerang fulmineo: mandi una mail minacciando di sfratto un affittuario moroso e poi ti va in crash il computer. Basta che qualcuno parcheggi occupando due posti e poi prenda la multa, o si ritrovi il ricordino di un piccione sul parabrezza, e sui social compare la foto dell’auto e il commento: il karma ha colpito. Migliaia di anni di riflessione filosofica banalizzati!

I cultori delle grandi tradizioni orientali sorriderebbero davanti a queste versioni di un karma espresso, o di un instant karma com’è proposto in centinaia di video umoristici su YouTube. Il karma è un principio cosmico, neutro, che opera su una scala temporale indefinita. La ghe sta ben è invece un giudizio umano, immediato ed espresso con un certo compiacimento: non implica un meccanismo causale, ma una valutazione morale a posteriori. Di più, ha spesso una sfumatura di Schadenfreude, cioè di godimento per la sfortuna altrui, che il concetto originario di karma assolutamente non ha. Nelle tradizioni induista e buddhista karma è sinonimo di azione: ogni gesto, parola o intenzione produce conseguenze che possono maturare anche molto tempo dopo, persino in una futura reincarnazione. Non si promettono premi né punizioni automatiche. Anzi, una persona malvagia potrebbe prosperare per tutta la vita, mentre le conseguenze delle sue azioni si manifesteranno molto più tardi, magari in un’altra esistenza. Come si capisce, è una prospettiva che mal si adatta alla fretta del nostro stile di vita.

Alcune correnti religiose, per esempio la dottrina cattolica, ammettono il libero arbitrio. Altre, come il calvinismo, credono nell’idea che il destino della salvezza sia già stabilito, a prescindere dalle nostre azioni. Di fatto però esistono società molto lontane tra loro che condividono il pensiero secondo cui l’universo tende a ristabilire un equilibrio morale. In molte culture africane una disgrazia può essere interpretata come il risultato di una violazione dell’ordine comunitario o spirituale. Presso le popolazioni native delle Americhe, la persona che rompe l’armonia con la natura o con gli antenati attira conseguenze negative sull’intero gruppo. La responsabilità lì è collettiva, oltre che personale. Non sempre il male ritorna per una forza invisibile. Chi si comporta in modo aggressivo o sleale tende ad accumulare nemici, a compromettere rapporti di fiducia e ad aumentare il rischio di ritorsioni. Gli antropologi che hanno studiato le società della Melanesia e della Polinesia hanno osservato come la certezza che il colpevole  prima o poi venga scoperto non dipenda dall’idea di una punizione soprannaturale, quanto dalla constatazione che la menzogna incrina i rapporti di fiducia all’interno della società. Nelle piccole comunità, dove tutti si conoscono, chi inganna o delinque tende a essere smascherato e perseguito molto più facilmente.

Homo sapiens fatica ad accettare che gli eventi siano governati dal caso. Pensare che ognuno riceva ciò che merita rende il mondo più prevedibile e meno angosciante. Questa credenza, tuttavia, può diventare pericolosa quando porta a colpevolizzare le vittime: chi soffre deve aver fatto qualcosa per meritarselo. Eh no, purtroppo non è affatto così.

Dunque, è vero che chi fa il male riceve il male? C’è un nucleo di saggezza nel motto chi la fa l’aspetti? Forse più che di convinzioni dovremmo parlare di speranze. In ogni epoca gli esseri umani hanno cercato di immaginare un mondo in cui la giustizia, prima o poi, prevalga sull’ingiustizia. Che sia affidata a Dio, al karma, agli antenati o semplicemente alle conseguenze sociali delle nostre azioni, questa speranza continua a rispondere a un nostro bisogno profondo: credere che il bene non sia inutile e che il male non possa trionfare per sempre.