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Una “tribù” giovanile di cui sappiamo poco, o nulla. Vale la pena partire dalla parola, maranza, impiegata quarant’anni fa per designare i tamarri, cioè persone dai modi rozzi e dall'aspetto vistoso. Spesso un insulto razzista nei confronti di marocchini e meridionali immigrati al Nord. Oggi questa parola stigmatizza ragazzi e ragazze che vivono condizioni di marginalità: periferie, disuguaglianze economiche, difficoltà di accesso alla mobilità sociale. In realtà, dietro un’etichetta diventata simbolo di disagio, aggressività e insicurezza sta un fenomeno complesso, quello di giovani che vivono in una società che li colloca, li giudica e nello stesso tempo consuma la loro immagine.
Ogni generazione ha i propri strali da lanciare, e quel bersaglio sono sempre i giovani. Negli anni ‘50 si condannava la gioventù bruciata, negli anni ‘60 i capelloni, negli anni ‘70 i fricchettoni, negli anni ‘80 i punk, negli anni ‘90 i centri sociali, sospettati di eversione. Oggi tocca ai maranza e alla loro estetica: tute acetate, borselli a tracolla, scarpe da ginnastica esagerate, capelli rasati ai lati, musica trap negli auricolari. Ma il fenomeno maranza non racconta soltanto una moda e una sottocultura giovanile, rispecchia un conflitto: chi ha il potere di nominare i margini della società, e cosa succede quando quei margini si riappropriano del nome. Il sociologo Federico Pilati, che li ha osservati per anni a Milano e a Bologna, lo spiega: la parlata gergale, il quartiere popolare, l’abbigliamento non conforme al gusto della classe media, sui social diventano una risorsa identitaria. In un’economia dell’attenzione che premia ciò che appare trasgressivo, il bulletto che in un video esagera le gesta e i codici di strada guadagna visibilità. Quando poi certi comportamenti superano la soglia di ciò che consideriamo accettabile, il singolo episodio diventa la rappresentazione di un’intera sottocultura. In altre parole, un fenomeno circoscritto viene caricato di un significato più ampio e diventa simbolo di un’emergenza sociale.
Su questo terreno si è innestata un’iniziativa governativa a dir poco torbida e rischiosa. Il ministero dell’Interno ha lanciato un’operazione anti-maranza comunicata con toni da spot, seguita da una legge che introduce nuovi strumenti, dal divieto di aggregazione al fermo preventivo esteso ai minorenni. Un provvedimento che trasforma una categoria sociale dai confini incerti in un target anagrafico e politico. Il rischio è che si faccia credere che le sanzioni riguardino soltanto i giovani devianti, quando invece le conseguenze possono essere più generali. Perché il termine maranza, come la locuzione baby gang, appiattiscono in un’unica categoria minacciosa esperienze molto diverse: dai ragazzi che fanno una festa rumorosa a un manipolo di giovani rapinatori. Che un appellativo gergale nato su TikTok arrivi a dare il nome a un pacchetto di norme di sicurezza dice molto su come si costruisce oggi il consenso attorno alla paura. Basta un nemico riconoscibile e già impopolare.
Intendiamoci. Da un lato ci sono episodi di violenza da prendere sul serio. Ci sono risse, rapine e un uso preoccupante dei coltelli tra alcuni gruppi di giovani. Lo psicoterapeuta Alfio Maggiolini, direttore scientifico del Master “Adolescenti trasgressivi. Valutazione e trattamento” ci ricorda i dati: i reati minorili, calati negli anni ‘90 e poi crollati durante la pandemia, sono aumentati nel dopo Covid, tornando ai livelli del decennio precedente, ma non oltre. Maggiolini critica il “panpenalismo”, vale a dire la risposta a un fenomeno complesso come il disagio adolescenziale post-pandemico, la marginalità economica e la ricerca di riconoscimento, con il solo aumento delle pene. Sbagliato e anche inutile, perché statisticamente non ha un’efficacia deterrente.
A una analisi più attenta (ma bisognerebbe ascoltarli) i ragazzi di seconda generazione che si definiscono maranza hanno un bisogno di appartenenza: sono spesso figli di famiglie immigrate e cresciuti in Italia, troppo italiani per i parenti rimasti nel paese d’origine, mai abbastanza italiani per gli sguardi che incontrano in strada. In questa terra di mezzo, la banda funziona da rete di sostegno.
Le grosse sneaker bianche possono non piacere, ma fare un’onesta antropologia dei maranza è l’unico modo per evitare una scorciatoia peggiore, cioè trasformare un milione di studenti, lavoratori, figli come tanti altri, nel bersaglio simbolico di un’ansia collettiva che ha origini economiche e demografiche. Di cui i sedicenni in tuta acetata non sono che il sintomo più fotogenico. I comportamenti problematici e violenti esistono, e non avrebbe senso negarli. Ma non dovremmo farne la cifra identitaria di un’intera popolazione giovanile. Osservare e capire non significa assolvere. Ma le scorciatoie, in questi casi, sono sempre le più rovinose.