Scritti

L'ingiusta distanza

Uomo attinge acqua di mare con un bicchiere
25 mar 2026

Parliamo di antropologia, astronomia,

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L'ingiusta distanza

L'ingiusta distanza
di Duccio Canestrini 

Nel 2011 gli astronomi dell'Università californiana di Santa Cruz avvistarono un "nuovo" sistema solare. Ci riuscirono grazie a un telescopio spaziale battezzato Kepler, in omaggio all'astronomo tedesco del Cinquecento. La funzione di questo telescopio, che orbitava a 600 chilometri di distanza dalla Terra (ora non più, va alla deriva perché ha finito il carburante), era determinare quanti pianeti “di tipo terrestre” esistono, entro la fascia per noi potenzialmente abitabile. Ebbene il sistema solare avvistato da Kepler dista duemila anni luce dalla Terra. Vale a dire che viaggiando alla velocità della luce (cioè 300 mila chilometri al secondo) occorrono duemila anni per raggiungerlo. Anzi occorrerebbero, perché nessuno per adesso lo può fare. In altre parole, il raggio luminoso che abbiamo captato, proveniente dalla stella nana gialla denominata Kepler-11, è partito a tutta birra quando Gesù Cristo era un preadolescente. Lo stesso anno in cui l'imperatore Ottaviano Augusto, proibì agli astrologi Caldei di predire il futuro a domicilio, nelle case dei patrizi romani. Quel sistema solare sta dentro la nostra galassia. Detto per inciso, le galassie più piccole contengono decine di milioni di stelle, le più estese ne contano anche mille miliardi. Tenuto conto che nell'Universo osservabile sono presenti più di 100 miliardi di galassie, la nana gialla Kepler-11 per noi terrestri sta quasi dietro l’angolo. Dei suoi 6 pianeti, inoltre, due sono composti prevalentemente di acqua, come la Terra.

Due ricercatori italiani, Amedeo Balbi dell’Università di Roma Tor Vergata e Claudio Grimaldi, dell’Ecole Polytechnique di Losanna, hanno calcolato che, con probabilità al 95 per cento, nella galassia cui appartiene il nostro sistema solare, la Via Lattea, si trovano centomila pianeti abitati, uno più uno meno. Si trovano per modo di dire. Tutto fa pensare che ci sia vita extraterrestre, ma all'ingiusta distanza. O meglio, nel posto sbagliato e al momento sbagliato, perlomeno ai fini di un ipotetico contatto. Nell' Universo, che ha circa 13 miliardi di anni, il problema è proprio incrociarsi al momento propizio. In queste condizioni, dicono gli astronomi, negare che ci sia qualcuno con cui comunicare sarebbe come immergere un bicchiere in mezzo al mare, non trovarci neanche un pesce e perciò concludere che nel mare non ci sono pesci. Per captare un segnale radio da parte di una civiltà intelligente, l'impulso dovrebbe essere stato emesso per un tempo lunghissimo, oltre un milione di anni. E naturalmente sarebbe occorsa la tecnologia appropriata per riconoscerlo. Dunque se mai un segnale fosse giunto a noi mille o 100 mila anni fa, nessuno l'avrebbe intercettato. Con tutta la buona volontà, suonare il campanello di case sconosciute per un milione di anni è una disperazione.

Nel film intitolato “Arrival”, di Denis Villeneuve (2016), gli alieni decidono di invadere la Terra. Non perché abbiano bisogno di risorse o perché siano dei cattivoni, come di solito racconta la fantascienza. Ma perché la Terra è un'arca di biodiversità che ha un valore enorme, nell'economia e magari anche nell'etica del cosmo. Homo sapiens va fermato, perché obiettivamente sta facendo troppi danni, e forse è meglio che si tolga dai piedi. “Arrival” è un film adorabile, ma il guaio è che un intervento da parte di intelligenze superiori alla nostra, preoccupate di evitare la catastrofe dovuta alla distruttività umana, sarebbe solo una questione di improbabile tempestività. Francamente non c'è da farci troppo affidamento.

(testo pubblicato sulla rivista "L'Eucalipto", Anno 1, numero dedicato al TEMPO, GaEle edizioni, dicembre 2020)