È possibile dire che il rogo del 2 marzo in cui sono morti centinaia di tori e di mucche in un allevamento trentino è stato un evento atroce? È possibile fare un ragionamento sulla triste vita e sull’orrenda morte di animali il cui destino è nelle nostre mani? Intendo aldilà del calcolo dell’ingente danno economico, cioè del punto di vista umano, oggi si direbbe della visione antropocentrica. Proviamo a non parlare di capi (parola con cui gli antichi romani e non solo misuravano il capitale), né genericamente di bestiame, che purtroppo in italiano fa rima con legname. Le bestie non sono vegetali, hanno cuore e occhi. Gli allevamenti non dovrebbero essere classificati come attività agricole. Un concentramento di esseri viventi e senzienti, un allevamento di individui tenuti prigionieri per i nostri interessi, è vita pulsante: con paure, desideri, emozioni e sentimenti. Non si può dunque paragonare questo evento a quello di un magazzino di merce che va in fumo.
La sfortunata azienda devastata dal fuoco che ha bruciato vivi quei poveri animali è un’immensa struttura, definita un gioiello del settore zootecnico trentino. Eppure è accaduto, probabilmente a causa di una scintilla sprigionata dal carro miscelatore, che trincia e distribuisce automaticamente le razioni alimentari. È un macchinario che consente una notevole riduzione del tempo di assistenza umana, che assicura maggiore produttività, e che come sanno gli addetti del settore comporta anche diversi rischi. Intrappolati nel capannone avvolto dalle fiamme, e soffocati dal fumo, i tori incatenati alle mangiatoie non hanno avuto scampo. Per loro non c’era alcuna via di fuga. Né hanno avuto alcuna possibilità di scegliere un’esistenza diversa da quella di prigionieri destinati al mattatoio.
Non si è trattato solo di un malaugurato incidente: è un avvenimento tremendo che si inquadra in un sistema che concentra migliaia di creature in capannoni “industriali”, dove la loro funzione è quella di produrre carne, latte e profitti. Ignorare questa violenza strutturale, silenziare ipocritamente l’empatia, ironizzare sulla carne alla brace come ha fatto qualcuno sui social, fingere che non vi siano alternative, è quanto sinora siamo riusciti a fare. Perché tutto torni ad essere come prima della tragedia. Tragedia, una parola con cui gli antichi greci chiamavano i rituali di offerta agli dei che comportavano sacrifici animali. Il fatto è, ieri come oggi, che nessun animale ha mai acconsentito ad essere “sacrificato”.
Considerati altri punti di vista, nonostante la retorica sulla loro sostenibilità, gli allevamenti di bovini sono noti per gli impatti ambientali inquinanti, gli enormi consumi di risorse idriche e agricole, l’utilizzo di farmaci per curare le patologie che si generano nella promiscuità. Ma, aldilà di tutto, il tema forse più importante connesso all’alimentazione carnivora, rimane etico. Con quale diritto schiavizziamo e mangiamo altre specie, altre creature? È sempre stato così, si dirà, è la natura. Ma a differenza dei leoni e dei lupi noi possiamo scegliere, fare la differenza, perché abbiamo altre opzioni.
Ora la notizia forse più agghiacciante, data come fosse un necessario e auspicabile ritorno alla normalità, riguarda gli animali sopravvissuti al rogo, cioè quelli con ustioni non gravissime. Sono stati trasferiti in altre strutture “per terminare il loro ciclo vitale”. Povere bestie, povera umanità.