L'Adige, 25 giugno 2026
Villeggiatura e vacanza d'élite scarica il Pdf qui
Partire per andare in villa. È sempre stata un’attività elitaria, per pochi, riservata a chi possedeva una dimora di campagna. I signori vi si recavano stagionalmente, per tenere d’occhio la vendemmia e altri lavori agricoli, per svago e per relax. Se il viaggio è il nonno del turismo itinerante, la villeggiatura è l’antenata della vacanza. L’idea infatti era vivere un periodo di distacco dalla città per vivere da residenti temporanei altrove: una sorta di stanzialità con tutti gli agi, ma in trasferta.
La storia della villeggiatura è ricca di narrazioni e di avventure gustose che risalgono al tempo degli antichi romani. Naturalmente erano i patrizi a concedersela, cioè i membri delle famiglie aristocratiche fondatrici di Roma, non certo i plebei. E grande differenza correva, già allora, tra chi come Seneca desiderava vivere un ozio ricreativo (inteso come tempo dedicato a se stessi: contemplazione, natura, passeggiate, letture) e chi scalpitava per le feste, le orge, gli spettacoli, i tuffi nelle piscine, le mangiate sulle spiagge di Ostia o più giù, sulla costa campana. Dando scandalo e foraggio alle cronache mondane.
La villa medievale e poi quella rinascimentale non ha una funzione difensiva, com’erano i vecchi castelli, ma celebrativa e di rappresentanza. Così erano le ville venete palladiane, le “ville di delizie” estensi, e anche in Trentino le lussuose residenze estive dei nobili latifondisti e dei Principi vescovi, come villa Madruzzo. Con il commediografo del Settecento Carlo Goldoni la villeggiatura diventa un’epopea. Da semplice divertimento, andare in villa è già diventata “una passione, una mania, un disordine”, che porta “pompa e tumulto” in campagna. L’ambizione ha ormai penetrato campi e foreste, turbando la tranquillità del ritiro. E per giunta i contadini, scrive Goldoni, dalla superbia dei loro padroni all’improvviso si rendono conto della loro miseria. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia. Perché la villeggiatura è un argomento “così fecondo di ridicolo e di stravaganze” che allo scrittore veneziano fornirà materia per comporre diverse commedie, tra cui la famosa “Trilogia della villeggiatura”: le Smanie e i preparativi, le Avventure e la folle condotta, e per finire il tragicomico momento del Ritorno.
Invitare gli amici in villa, a quell’epoca, era un obbligo sociale, che tuttavia conferiva un certo prestigio al padrone di casa. La scelta degli invitati era difficile, quasi una croce, per le inevitabili invidie, le omissioni, le scocciature. Tra le macchiette teatrali spicca per esempio la buffa figura dello scroccone, spesso un artista o un letterato, che la villeggiatura non potrebbe permettersela, ma pretende d’essere invitato, per poi vantarsene con gli altri ospiti.
Nella nostra letteratura, da Alberto Moravia a Ennio Flaiano, la villeggiatura rappresenta un tema ricorrente e modulato sui temi della fuga salvifica, dell’ansia di apparire, del rito sociale. Nel romanzo umoristico “Agosto moglie mia non ti conosco” (1930), Achille Campanile descrive le splendide giornate dei villeggianti al mare, che però nelle ore calde riparano in albergo o in pensione, per riposare all’ombra. Diversamente dai poveri gitanti (oggi li chiameremmo escursionisti) che passano tutto il giorno sulla spiaggia sotto il solleone, per poi rientrare la sera, con il treno, in città. Sudati, scottati e sfiniti.
La villeggiatura in origine era un fenomeno di classe, perché appannaggio della classe dominante che aveva tempo e denaro da spendere. E le vacanze, oggi? Morde la crisi economica. A gran parte degli italiani mancano i soldi (ma l'Italia trova i fondi per finanziare guerre lontane, paradossalmente). Frutta e verdura hanno prezzi alle stelle. Poi tocca far fronte alle spese condominiali, ci sono le bollette da pagare, i treni e la benzina, tutto rincarato. Sicché dopo l’era della democratizzazione del viaggio, di cui scrivono i sociologi del turismo, la vacanza al mare o in montagna torna ad essere per una élite, proprio come una volta. Con la beffa di una corale esortazione a fare turismo di qualità, che tuttavia è per pochi benestanti. Corsi e ricorsi della Storia. Non resta che viaggiare con la fantasia in compagnia di Carlo Goldoni, gratis e all’ombra, una lettura comunque ricreativa. Basta non chiamarla vacanza, ma restanza.