Trattoria Genius loci

9 lug 2020

Trattoria Genius loci

Specialità pennette al sugo d'antropologo. in: Lucilla Rami Ceci (a cura di), Turismo e sostenibilità . Risorse locali e promozione turistica come valore, Armando editore, Roma 2005.

Posto che il “lavoro” del turista sia, come dice John Urry, consumare i luoghi, in epoca di svendita di patrimoni culturali e di sagre degli antichi sapori è quantomai opportuno interrogarsi sul ruolo e sull’etica professionale dell’antropologo. Una figura che sui luoghi, i nonluoghi, gli iperluoghi e via dicendo ha dimostrato di saper ragionare, forse con maggior profondità rispetto a studiosi di altre discipline. Certo, le nostre competenze specifiche appaiono sempre più apprezzate e ricercate, il che naturalmente è bene. Ma quasi sempre a patto che risultino innocue e funzionali (leggi: acritiche e immediatamente spendibili). E qui sta il problema del sugo. O delle spennellate, o delle infarinature antropologiche. In questo senso, mi pare che l’attuale boom della cucina etnica si presti a qualche considerazione esemplificativa.

L’alimentazione “tradizionale” ha una dimensione etnografica in grado di incuriosire i forestieri. Il turismo dimostra una crescente attenzione per le cucine “altre” e “autentiche”. Gli itinerari enogastronomici si moltiplicano, con successo. Si tratta di una riscoperta, anche da parte degli operatori turistici, che allontana molte persone dai corridoi di un dequalificato e non solo geneticamente manipolato fast food, e restituisce dignità culturale a tecniche e a orizzonti che hanno sempre suscitato l’attenzione degli antropologi.

Per altro verso, quando ad attirare le folle sono manducazioni - se non abbuffate - rustiche, i morsichini o i morsiconi di culture regionali rischiano di diventare veri e propri alibi culturali. In effetti, non c’è pietanza, anche la più umile e ingrata, che non sia stata riscoperta, raccontata e simpaticamente riproposta. Non c’è evento che attinga alla cultura popolare che non finisca in scorpacciata tipica, o quantomeno che non preveda degustazioni, giochi, frittate e Storia in costume medievale. I festival delle salamelle si moltiplicano dalle Alpi alla Sicilia. E mentre salgono alla ribalta povere sbobbe e orrendi guazzetti che avrebbero miracolosamente “attraversato i secoli” (fosse vivo lo storico Piero Camporesi come minimo accamperebbe dubbi)... cercansi antropologi disposti a certificare.

Il comparto della ricettività e della ristorazione, adeguatamente supportato dal marketing territoriale, fa il proprio lavoro, e così capita di leggere imbarazzanti elogi del del turista vorace, di viaggi tra i formaggi, di escursioni in Cuccagna al limite dell’incontinenza alimentare. Senza più freni, e forti dell’ormai strabollita diade sapore/sapere, ecco allora (politicamente corretto in quanto attento a inveterate filiere produttive, o a presunte positive contaminazioni) l’arrembaggio ai “giacimenti golosi”. Peccato che i minestroni world food, lungi dal produrre apertura, accoglienza o solo comprensione, spesso inizino e finiscano nel cavo orale. In altre parole, temo che nel promuovere aggregazioni all’insegna delle cucine etniche, la retorica delle mescolanze risulti più utile al commercio e al turismo, che non al tanto cantato e propiziato incontro con l’ “altro”.

In questo panorama di valorizzazione delle identità locali, sempre ammesso che l’identità si possa mettere sotto i denti, l’antropologo si trova a essere competente (perché sa), compiacente (perché fa) e commensale (perché mangia). Domanda: quando la pretestuosità di certe manifestazioni oltrepassa la misura, è possibile esercitare una sorta di obiezione di coscienza? Negli anni Settanta del secolo scorso, Luigi Maria Lombardi Satriani pubblicò un libro duro, intitolato Folklore e profitto. Tecniche di distruzione di una cultura. Un volume che va letto ricordando lo spirito di quei tempi, ma che a mio parere ha ancora molto da dire, soprattutto nel capitolo intitolato “I divoratori del folklore”. Ecco perché, invitato alla riproposizione di un festival demofagico intitolato “Le minoranze in pentola”, quest’estate ho declinato. A parte il fatto che osservare - per una volta senza partecipare! questo nuovo fenomeno di magnamagna pseudoculturale già sarebbe un buon lavoro antropologico (ma chi paga?), ritengo che per una questione di dignità della disciplina, e qui torno al tema più generale, il ruolo dell’antropologo nella tutela dei beni culturali e ambientali sia, sì, valorizzare, ma anche suggerire opportune modalità di approccio. E non, necessariamente, aiutare a vendere. Se vogliamo, nutrire (anche) perplessità.

John Urry, Consuming Places, Routledge, London & New York, 1995.
Luigi Maria Lombardi Satriani, Folklore e profitto. Tecniche di distruzione di una culturaGuaraldi Editore, Rimini, 1973.